martedì 1 marzo 2011
DERMATITE DIGITALE
Al di là però del riconoscerne l'esistenza nel proprio allevamento o in quello del vicino, quello che a noi davvero importa è comprendere meglio i meccanismi alla base della sua comparsa. Questo ci aiuterà davvero a minimizzare la sua sgradita presenza in stalla.
La dermatite digitale (DD per gli amici e da qui in poi DD anche per comodità) è una malattia infettiva molto contagiosa che può arrivare a infettare più del 90% della mandria, in assenza di un'adeguata prevenzione. Questa percentuale spaventosamente alta non è solo un dato riportato su qualche libro di podologia bovina, ma è la situazione reale nella quale mi trovo personalmente io, visitando le stalle di molti allevatori.
Allora, di cosa si tratta nello specifico? La DD è una malattia infettiva, contagiosa, causata dai batteri presenti nel terreno. Quali batteri? Non ha molta importanza. Si tratta infatti di un mix, un bell'intruglio di vari batteri presenti semplicemente nel terreno dove le vacche tengono i piedi per la maggior parte del tempo. Non si tratta di batteri particolarmente pericolosi e aggressivi se presi uno per uno o in piccoli gruppi. Ma quando la quantità di questi batteri è molto elevata, quando le condizioni ambientali nelle quali si trovano le vacche (in questo caso le caratteristiche del terreno) sono particolarmente favorevoli ai batteri, e quando gli stessi piedi delle vacche sono resi maggiormente sensibili alle infezioni, ecco quando si verifica una combinazione di questi fenomeni (cosa non difficile), allora compare la DD.
Cosa succede esattamente nel piede di una vacca costretta ad esempio a soggiornare per diverse ore al giorno in un terreno sporco, pieno di feci, molto umido e magari anche con una temperatura mite? La prima cosa che vi viene in mente: la cute macera. Detto in modo più scientifico lo strato cheratinico superficiale (quello che difende il corpo da tutto ciò che sta al di fuori di esso) si fissura, aprendo le porte all’ingresso in profondità dei microrganismi, il pH locale si altera, le barriere fisiche e chimiche della pelle vengono meno.
Dall'altra parte il terreno ricco di umidità e degli elementi nutritivi contenuti nelle feci diventa per i batteri una specie di centro benessere, una vera spa. Loro si moltiplicano e prosperano, mentre i piedi delle vacche continuano a macerare in quello stesso ambiente. Ora il gioco è fatto e i batteri hanno il massimo vantaggio per fare il salto di qualità: andare a vivere e gioire sui piedi delle vacche, causando finalmente la vera e propria DD.
Come fa la DD a contagiare più animali? Prima di tutto gli animali contagiati sono esposti alle stesse condizioni ambientali, quindi gli stessi fattori che hanno fatto ammalare un piede, sono lì ben presenti e pronti a farne ammalare un altro. Ma non si tratta solo di questo. Infatti quando la DD colpisce una vacca, questo stesso animale diviene un “incubatore” vivente per altri batteri. Ossia la presenza di un animale malato aumenta di per sé la carica batterica del terreno e aumenta quindi la probabilità che altri animali si ammalino. Più animali si ammalano, più batteri vengono eliminati (o meglio depositati) nel terreno. Si entra quindi in un circuito di auto-amplificazione del fenomeno.
Non basta un solo fattore per far esplodere la DD in allevamento: ci vuole un terreno sporco, umido ed eventualmente a temperatura mite. In particolare, a questo riguardo ho notato che la stagione migliore per osservare spaventose recrudescenze di DD in un allevamento “portato” a questa malattia, sia tra settembre e ottobre, quando la temperatura non è più elevatissima ma ricomincia a piovere molto. In generale la DD è più probabile durante periodi poco soleggiati, caratterizzati eventualmente anche da basse temperature e da grande umidità (come in certe settimane dell'inverno lombardo di pioggia, neve, nebbia), piuttosto che durante la piena estate ad esempio, quando i paddoc sono così asciutti da sembrare in terra battuta.
Per quanto riguarda la componente animale, devo dare per assodati tutti quei bei discorsi triti e ritriti circa il fatto che questa malattia, come tutte le malattie, si innesca meglio quando il sistema immunitario è un po' incerto (stress, cattiva alimentazione, ecc.). Tuttavia, a parte questi soliti e ben noti concetti, volevo aggiungere un' osservazione personale. Recentemente sono stato in una stalla con una mandria di circa 60 vacche in produzione di cui 55 erano brune e 5 erano frisone. In questa stalla venivano effettuati sporadicamente i lavaggi podali. Allora: delle 55 bovine di razza bruna soltanto 3 (circa il 5%) avevano una leggera forma di DD. Delle 5 frisone invece, tutte avevano la DD in forma media o grave. E' quindi la frisona una razza maggiormente esposta alla DD per qualche sua caratteristica genetica? E' forse la razza bruna, dotata di grande rusticità rispetto alla frisona, ad essere per sua natura resistente alla DD? Una delle due cose, o forse entrambe.
Comunque, genetica o no, stress o no… se state con i piedi immersi tutto il giorno in un fango umido pieno di feci, la DD forse vi viene pure a voi.
Cosa succede al piede bovino colpito da DD? Abbiamo detto che inizialmente si tratta di una colonizzazione da parte di vari batteri sulla cute più o meno macerata e fissurata del piede. La prima cosa evidente è che la malattia risulta piuttosto dolorosa e determina zoppicature.
Quando le lesioni sono molto estese e presenti da lungo tempo, si possono raggiungere vere e proprie alterazioni della forma del piede e degli appiombi.
A volte inoltre, quando la localizzazione è nella parte davanti del piede, la dermatite può infiltrarsi sotto l'unghia dando luogo a lesioni molto estese, molto dolorose e molto difficili da guarire.
A questi livelli la DD non è più solo “digitale”, ma può interessare tutta la cute del piede, unghielli inclusi.
Le localizzazioni più alte, dove invece il resto del piede appare abbastanza sano, sono probabilmente legate al fatto che l'acqua delle vasche non arriva a disinfettare quelle zone.
C'è una cosa però che mi interessa porre alla vostra attenzione. Un’ osservazione personale della quale però fino a ora non ho trovato riscontro su nessuna pubblicazione. Ritengo che spesso la dermatite vada ad infettare lesioni come ulcere e malattie della linea bianca (sobbattiture) ritardandone o impedendone la guarigione. Dico questo per due motivi. I primo è che ho notato in questi anni una maggior difficoltà a far guarire le lesioni in stalle relativamente pulite ma con elevata presenza di dermatite rispetto a stalle più sporche ma che facevano un'adeguata profilassi (facevano i bagni podali routinariamente). In secondo luogo per la somiglianza delle lesioni presenti sulla pelle rispetto a quelle presenti sul vivo, oltre che per il fatto che spesso si trovano presenti contemporaneamente sul piede malato. Questa osservazione non è solo un'astratta disquisizione accademica ma ha anche alcuni interessanti risvolti pratici. Infatti in questi casi applicare un bendaggio che tiene a contatto della ferita un antibiotico o un disinfettante per alcuni giorni (3 o 4 giorni, non settimane!) aiuta a guarire la lesione. Ricordiamoci infatti che “l'infezione è il principale antagonista della guarigione di una ferita”. I principi che uso sono gli stessi che si possono usare per la medicazione delle dermatiti tout cort.
Il trattamento specifico delle singole vacche con antibiotici applicati localmente è certamente importante nei casi più gravi o più ostici a guarire. Tuttavia, vista l'enorme diffusione che può avere la DD nella mandria, la chiave per risolvere il problema sta nel trattamento generale di tutti gli animali. Questo trattamento generale, una volta che il fenomeno della DD in stalla sia stato risolto o comunque contenuto, diviene poi prevenzione: una misura routinaria che consentirà di avere da poco a pochissimo a che fare con la DD. Sto parlando dei bagni podali.
Purtroppo la confusione circa questa pratica è da Guinnes dei primati ed io per questo cercherò di fissare alcuni punti.
1) I principi attivi dei bagni podaliLa formalina è sempre stata la prima scelta perchè non solo è in grado di prevenire la diffusione della malattia ma è in grado di curare le lesioni già presenti unendo a questo un prezzo veramente conveniente. Il problema è che non solo è molto irritante ma anche cancerogena e quindi va maneggiata con estrema cura e riservata solo a chi ha la vasca in post-mungitura lontano dalla porta di uscita per evitare che i vapori che salgono dai piedi delle mucche o che possono essere spinti in sala da correnti d'aria possano nuocere al personale di mungitura. Per quello che riguarda la diluizione è qui che si concentrano gli errori. La concentrazione corretta è il 2% espressa in grammi di prodotto su litro. Le soluzioni che si trovano in commercio sono al 24% quindi per ottenere la concentrazione corretta nella nostra vaschetta dobbiamo diluirla 1/10 cioè 1 litro di prodotto ogni 10 di acqua (10 litri di soluzione di formalina ogni 100 di acqua). Devo però precisare che la formalina permette pochi errori: diminuendo la concentrazione perde rapidamente di efficacia così come aumentandola troppo (il doppio) si rischiano delle ustioni (anche se sarebbe più preciso dire causticazioni). È fondamentale quindi conoscere l'esatta capienza della vasca (spesso calcolata a occhio con grossolani errori). Questa si può determinare prendendo le misure o riempiendola utilizzando canestri da 20/25 litri. Una considerazione sulle vasche: è meglio fare delle strutture fisse in cemento magari con due cordoli in un passaggio obbligato in maniera tale che gli animali si abituino alla loro presenza, piuttosto che usare quelle rimovibili. Spesso le vacche le percepiscono come elementi estranei ed essendo “vacche” non ci passano neanche ammazzandole. Spesso vi si fermano davanti o tentano di saltarle, rallentando le operazioni di mungitura o rischiando di farsi male. Per quanto riguarda le misure della vasca la lunghezza ideale dovrebbe consentire all'animale di fare due passi nella soluzione (questo purtroppo non si realizza mai) e dovrebbe avere un altezza tale da coprire anche gli unghielli.
Per quanto attiene alla cadenza con cui fare i bagni, essa dipende da caso a caso anche in relazione all'entità del problema. Un approccio aggressivo in presenza di tanti animali ammalati può essere di due giorni di trattamento consecutivi (4 passaggi in caso di 2 munte) eventualmente sostituendo la soluzione disinfettante dopo i primi 2 passaggi. Un approccio di mantenimento può scendere a un giorno alla settimana o meno a seconda della risposta degli animali e del clima. É da tenere presente inoltre che l'efficacia della formalina è influenzata dalla temperatura: sotto i 15°C perde rapidamente efficacia, rendendone difficile l'uso in inverno.
Il solfato di rame per contro non è sensibile alla temperatura ma va usato in quantità superiori (5-7Kg/100litri) e la soluzione disinfettante andrebbe lasciata praticamente sempre rinnovandola però a giorni alterni. Inoltre è decisamente meno efficace essendo più attivo nella prevenzione del contagio piuttosto che nella cura degli animali malati. Queste considerazioni unite al costo decisamente elevato del prodotto ne limitano l'utilizzo.
Recentemente alcune stalle che frequento hanno iniziato a usare l'ipoclorito di sodio (candeggina). Con una soluzione di 10-15 Litri ogni quintale di acqua per 2 giorni alla settimana rinnovando la soluzione dopo 2 passaggi hanno ottenuto risultati incoraggianti anche se bisogna dire che venivano da una situazione con pochi animali ammalati. La cosa sicuramente interessante è il costo estremamente basso del prodotto che unito alla sua bassa tossicità lo rendono di facile e poco costoso impiego.
Esistono poi sul mercato molti prodotti il cui principale difetto e rappresentato dal costo più o meno elevato come gli allevatori non mancano mai di ricordarmi. Spesso sento gli allevatori lamentarsi che il prodotto funziona poco ma quando indago su come lo usano scopro che per risparmiare ne usano la metà della dose per la metà delle volte prescritte dalle istruzioni. In questo caso sì che buttate i vostri soldi perchè il prodotto lo avete pagato il lavoro lo avete fatto ma non ottenete i risultati (mia nonna diceva “cornuti e mazziati!”).
Sempre in tema di prevenzione consiglio sempre a chi acquista nuovi animali di farli passare nel lavapiedi prima di introdurli nel gruppo. Non dimentichiamoci che stiamo parlando di una malattia infettiva e come tale può essere introdotta in stalla da animali portatori. Mi è capitato spesso di sentire allevatori che mi chiedevano come avessero fatto a infettare la stalla e parlandone è saltato fuori che proprio poco prima dell'inizio del problema avevano comprato animali. Oppure come in seguito all'introduzione di nuovi capi ci fosse stato un aggravarsi del problema (probabilmente a causa dell'intoduzione di ceppi batterici diversi).
2) La terapia sul singolo animale.
Essendo la dermatite una malattia superficiale non necessita di antibiotici iniettabili ma risponde molto bene alle terapie locali. La lesione deve essere pulita bene, meglio se strofinata energicamente con un pezzo di benda di juta possibilmente pulito (occhio ai calci) in maniera da esporre la zona malata. Normalmente gli spray blu funzionano egregiamente. Io preferisco spraiare la zona due o tre volte lasciando asciugare il prodotto alcuni secondi tra una passata e l'altra in maniera da stratificarlo. Dare fuoco per pochi secondi allo spray (chiudendo la bomboletta!!!) ha il solo effetto di ridurre i tempi di asciugatura mentre non ha alcun effetto terapeutico. Non dimentichiamoci che i batteri stanno nella pelle e per ucciderli col calore significherebbe ustionare l'animale creando così un danno maggiore della dermatite stessa. In casi ostinati o di dimensioni notevoli ho ottenuto eccellenti risultati con una leggera medicazione da lasciare in sede 2 o 3 giorni. Lo scopo della benda infatti è quello di mantenere a contatto della ferita il disinfettante per più tempo. I principi attivi che io uso sono la polvere antibiotica e recentemente lo iodoformio in polvere. Entrambi con eccellenti risultati (fino al 100% di guarigioni) anche se trovo lo iodoformio più comodo. Non è un antibiotico quindi non ho problemi di tempi di sospensione ed è in vendita libera senza ricetta. Non so voi ma meno scartoffie ho meglio sto.
martedì 11 maggio 2010
Alimentazione e riposo
Alimetazione e riposo: qual è il loro legame con i piedi?
Per quello che riguarda l'alimentazione non mi interessa entrare nel merito del razionamento ma mi interessa puntualizzare alcune considerazioni generali, importantissime, che spesso vengono trascurate e con il bilanciamento della razione in senso stretto non hanno a che vedere.
Cos'altro ci può essere di importante nell'alimentazione, se non parliamo specificatamente di razionamento?
Di importante ci sono questi argomenti: la qualità degli ingredienti e in particolare la qualità della razione offerta alle manze, la costanza e la monotonia della razione nell'arco dell'anno, e il riposo concesso agli animali.
Qualità della razione
La prima cosa è che il detto “noi siamo quello che mangiamo” vale anche per gli animali. L'alimento fornisce i mattoni per la costruzione dell'organismo e un edificio costruito con materiali scadenti su fondamenta deboli, per quanto bello possa essere, non durerà lungo. Analogamente, se consideriamo i piedi come le colonne portanti delle vacche, ci rendiamo conto che un animale con i piedi rovinati da una cattiva alimentazione avrà un vita (produttiva) corta e poco profiqua.
La seconda considerazione, più che da veterinario, è da cuoco (la cucina è uno dei miei due hobby) ed è la “legge” della non migliorabilità dei singoli ingredienti: se un elemento della vostra preparazione (spezzatino con verdure o foraggiata per le mucche) è avariato o di cattiva qualità, una volta miscelato agli altri ingredienti, nella migliore delle ipotesi non farà alcun danno ma sicuramente abbasserà il livello finale della vostra preparazione.
Sicuramente l'ingrediente di cattiva qualità non si nobilita per la presenza di altri ingredienti nè tantomeno sparisce. L'ingrediente di cattiva qualità insomma andrebbe usato con cautela o meglio eliminato del tutto: non va impiegato al contrario in grande quantità o dato alle manze “perché tanto sono giovani e robuste e non sono ancora in produzione”! Prima o poi anche gli animali giovani e forti dovranno produrre e noi vogliamo che si mantengano sane. Partorire, cambiare gruppo, ridefinire le gerarchie e iniziare a produrre sono già un bello stress e gli animali hanno bisogno di essere in piena forma per affrontare questi cambiamenti. Ricordatevi che la manza di oggi è la vacca di domani, se la costringete ad alimenti di cattiva qualità prima ancora di entrare in produzione non potrete aspettarvi una lunga carriera priva di problemi.
Oggi infatti i problemi che più frequentemente riscontro non sono tanto causati da un errato razionamento in senso stretto, quanto piuttosto sono provocati dall' utilizzo di materie prime di scarsa o nulla qualità. In questo caso la colpa non è della ricetta ma dagli ingredienti. Per chiudere questo paragrafo vorrei ricordarvi che la manza è in perdita (mangia risorse senza rendere nulla) fino al 1° parto, quando cioè entra in produzione. Il pareggio di bilancio lo avrete nella migliore delle ipotesi alla fine della prima lattazione. Inizierete a guadagnare qualcosa con la seconda lattazione, momento in cui l'animale dovrebbe completare il suo sviluppo corporeo e dare il massimo in termini di produttività. Più lattazioni senza problemi riuscirete a fare, più quell'animale vi renderà (longevità + efficienza produttiva = guadagno). Mi sembra evidente che tenere bene le manze sia il migliore degli investimenti sul futuro dell'azienda.
Costanza e monotonia della razione
Le vacche sono più abitudinarie di un impiegato delle poste. La vita ideale di una mucca è un vita comoda e noiosa. Sotto tutti i punti di vista, anche quello alimentare. Una volta messa a punto una razione con ingredienti di ottimo o buon livello, questa va mantenuta il più costantemente possibile. Siete voi che dovreste adattarvi e adattare la campagna alle esigenze dei vostri animali e non cercare di forzare loro alle vostre. E c'è un motivo valido per questo. Dovete tenere infatti presente che alimentare la mucca significa alimentare i batteri ruminali e che voi, attraverso quello che buttate dentro, ne influenzate il tipo e il metabolismo. Questi ospiti sono essenziali per l'animale infatti digeriscono per lui gli amidi come la cellulosa, forniscono tramite il loro metabolismo acidi grassi volatili indispensabili per la produzione di carne o latte e forniscono amminoacidi essenziali e vitamine attraverso la loro stessa presenza. Insomma sono i migliori amici dei vostri animali e come tali dovete trattarli con i guanti di velluto. A proposito di digestione degli amidi: le vacche non sono termiti (le uniche in grado di digerire la lignina). La lignina “incrosta” la cellulosa rendendola indigeribile dai batteri per cui dare foraggi molto lignificati le fa solo BIIIP di più (cioè, fa produrre più deiezioni)!
E cosa possiamo fare per loro? Mantenere l'ambiente interno del rumine costante durante tutte le ore del giorno e durante tutti i giorni dell'anno. I batteri infatti vivono entro limiti di temperatura e pH (grado di acidità) abbastanza stretti. Variando questi fattori varia anche il tipo di batteri. A mantenere costante la temperatura del rumine naturalmente ci pensa la vacca ma sul pH influisce proprio l'alimentazione.
Fornire una miscelata che impedisca agli animali di scegliere, mantenendola il più possibile costante nel tempo ed evitare bruschi cambiamenti stabilizza le fermentazioni ruminali e di conseguenza anche il pH facendo contenti i nostri amici batteri. La costanza nel razionamento è quasi (quasi!) più importante della qualità dell'alimento stesso. Infatti gli animali hanno comunque la capacità di adattarsi e studi compiuti in America hanno evidenziato migliori performance produttive in animali sottoposti a razionamento con diete mediocri (intndiamoci: non schifose) ma molto costanti, rispetto ad animali alimentati con razioni di ottima qualità ma che subivano grandi variazioni nel tempo.
Riposo e digestione
Il riposo è fondamentale oltre che per la salute dei piedi, anche per la corretta digestione degli alimenti. A questo proposito vi consiglio caldamente di leggere un articolo recentemente apparso su “Stalle da latte” il supplemento n° 3/2009 de “l'informatore zootecnico” intitolato “Igiene e riposo le basi della salute podale”: a mio parere è un articolo stupendo, molto chiaro, per nulla difficile, che tutti gli addetti del settore dovrebbero leggere e conservare. Di seguito vi do un estratto di alcuni punti inerenti al mio discorso.
“... il primo obbiettivo che un allevatore dovrebbe avere è quello di riuscire a dare alle proprie vacche almeno 12 ore di ripposo in cuccetta. Tale obbiettivo è altamente remunerativo per l'allevamento. Da un lavoro recentemente svolto è emerso che per ogni ora di riposo in più che si riesce a ottenere per le proprie vacche oltre le 7 ore, si ottengono 0,9 litri di latte in più di produzione giornaliera (!!!)... infatti nei momenti di riposo il flusso di sangue aumenta del 28%. Essendo ogni litro di latte prodotto dalla filtrazione di 500 L di sangue a livello della mammella, è chiaro che l'aumento del flusso sanguigno della bovina a riposo ha un efetto diretto sui livelli produttivi. Ma non solo. L'aumento del riposo incrementa la ruminazione complessiva dell'animale maigliorando l'efficenza digestiva e il pH ruminale (ndr, maggior ruminazione = maggior produzione di saliva = miglior effetto tampone), diminuisce la permanenza in piedi dell'animale migliorando la sanità podale e riducendo il numero di infezioni mammarie...”
Una volta fissati questi paletti diamo uno sguardo al legame che essi hanno con la zoppia: ancora una volta mi rifarò all'articolo citato prima.
Problemi alimentari come troppi cereali, eccessivo sminuzzamento dei foraggi, inadeguato management alimentare, bilanciamento errato di concentrati e foraggi intervengono sul pH ruminale incrementandone l'acidità: tale incremento di acidità può determinare la rapida morte di un gran numero di batteri ruminali. Stesso effetto lo si può avere in caso di malattie come mastiti, metriti e ritenzione placentare: durante tali patologie infatti vengono liberate nell'organismo delle tossine attive soprattutto a livello di circolazone capillare. E indovinate dove sono presenti vaste reti capillari? Esatto! Proprio nei piedi.
Le vaste reti capillari dei piedi sono deputate a nutrire il vivo che produce il corno. Quando al vivo non arrivano nutrienti e ossigeno in quantità adeguate, esso entra in uno stato di sofferenza e come ogni organo infiammato oltre a essere dolente (le bovine si possono muovere come “sulle uova”) non assolve in maniera efficace al compito di produrre unghia di buona qualità. L'unghia al contrario sarà molto più fragile e andrà incontro facilmente a fessurazioni e a malattie di ogni genere. Se a questo si aggiunge un appoggio scorretto da unghia non pareggiata e il sovraccarico da eccessiva permanenza in piedi, il gioco è fatto e la zoppia servita.
Un esempio per chiarire il concetto. Se abbiamo una macchina con i copertoni nuovi di zecca (pareggio e alimentazione corretta) e facciamo solo pochi chilometri (riposo adeguato) su strade appena asfaltate (strutture razionali per le mucche) il rischio di forare (zoppia) è minimo e la eventuale riparazione (intervento podologico) è poco costosa e soprattutto duratura. Se invece abbiamo una macchina con i copertoni alla tela magari fuori convergenza con la quale pretendiamo di fare ore di fuoristrada dobbiamo aspettarci qualche foratura in più e non possiamo prendercela col gommista se la riparazione è costosa e di poca durata.
Dovrebbe essere chiaro ora che, come per il pareggio, anche alimentazione e riposo se presi singolarmente sono sì necessari per la salute del piede ma non sufficienti a garantirla. Il solo pareggio non è onnipotente come qualche allevatore si aspetta o come qualche podologo giura che sia. Se non supportato da una corretta gestione ambientale e alimentare si rivela al massimo una pezza al problema: magari si riesce a contenere e a circoscrivere il fenomeno zoppia ma sempre in maniera temporanea senza mai avere un vero miglioramento strutturale. Allo stesso modo anche il solo riposo non è uno strumento sufficiente se gli animali ad esempio hanno i piedi devastati e resi “fragili” dalla laminite. Per fare dei reali miglioramenti bisogna curare tutti questi aspetti contemporaneamente, pena veder frustrate le nostre aspettative
mercoledì 4 novembre 2009
Il pareggio: come e quando
Il pareggio rappresenta la correzione, operata dall’uomo sull’unghia, dei difetti di forma e dimensione che si vengono a creare sull’unghia stessa in condizioni di allevamento intensivo.
Lo scopo teorico del pareggio è quello di ripristinare l’unghia “naturale”, riportandola cioè alla lunghezza e all’altezza che avrebbe avuto se la bovina fosse vissuta sempre nei pascoli, ricreando inoltre il modello, ossia la concavità centrale della cui importante funzione abbiamo già parlato. In questo modo l’unghia, recuperando la sua forma naturale, recupererà anche la originaria funzionalità e si manterrà più sana. Un effetto immediato del pareggio ad esempio è quello di ridistribuire il peso su entrambi gli unghioni e di ripristinare il corretto appiombo degli arti.
Quali sono le regole del pareggio?
Poiché il piede di un qualunque bovino al pascolo è più o meno uguale per forma e dimensione a quello di un qualsiasi altro bovino al pascolo, si ritiene che anche per qualsiasi bovino in allevamento (indipendentemente cioè da età, attitudine e peso) vada bene un unghia di dimensioni standard. Si ritiene che tali dimensioni standard, alle quali il pareggio deve mirare, siano 7,5 cm di lunghezza e 0,5 cm di spessore in punta. Queste sono le misure MINIME. In pratica il pareggio ideale deve accorciare l’unghia fino alla lunghezza minima di 7,5 cm e ridurre lo spessore in punta fino ad un minimo di 0,5 cm, non oltre.
Questi 7,5 cm corrispondono all’incirca allo spessore di quattro dita di un uomo, ma poiché alcuni allevatori hanno mani grosse come la pala di un escavatore, è bene controllare questa misura con un righello, almeno le prime volte.
In un'unghione sano, che non presenta deformità o patologie come la laminite, al di sotto di queste misure si rischia di indebolire troppo l'unghia o peggio di creare vere e proprie lesioni e “andare a sangue”. Mi capita con una certa frequenza che gli allevatori mi chiedano di accorciare l'unghia maggiormente rispetto a questi 7,5 cm. Allora io gli chiedo perché non camminano in stalla con le ciabatte o a piedi nudi. Normalmente questo è sufficiente a chiarire il concetto: un’unghia troppo corta è come un paio di scarpe senza la suola! Tuttavia ci sono rare occasioni (è vero lo giuro) in cui qualche allevatore mi risponde: ma io lo faccio regolarmente, di camminare a piedi nudi! In questi casi la vittoria è impossibile e l'unica scelta onorevole è accettare la sconfitta (allevatore Vs veterinario 1-0).
Scherzi a parte, mantenendo queste misure l'unghione lavora correttamente, non ci sono punti di maggior carico e se non ci sono malattie già in atto o condizioni ambientali sfavorevoli (quelle che impediscono alla bovina di coricarsi e riposare sufficientemente) l’unghione si mantiene sano e difficilmente svilupperà lesioni.
Il pareggio è infatti una condizione necessaria al mantenimento della salute del piede ma purtroppo non è sufficiente da solo a garantirla. Altri due elementi sono necessari, anche se ancora una volta non sufficienti se presi singolarmente: l'alimentazione e, appunto, il riposo. Di questo parleremo in seguito.
Con quali strumenti si esegue il pareggio?
Il pareggio può essere eseguito con diversi strumenti. Nel rispetto della più pura tradizione si usano tenaglie (manuali o a olio) e coltelli, mentre più moderno è l’uso di frese di diverso tipo (taglienti o abrasive). Le frese, sebbene siano uno strumento moderno, venivano ammesse anche dall'inventore del metodo olandese, per il quale l’elemento più importante del pareggio è il risultato finale, non il modo di raggiungerlo. Che il pareggio venga eseguito con i coltelli o con strumenti a motore, quello che conta è il risultato. Nessuno dei due sistemi è sinonimo di migliore qualità del lavoro: sono solo dei mezzi e quello che unicamente conta è la capacità e l'onestà di chi li adopera.
Ci sono però tre considerazioni da fare sull'uso delle frese, per chi volesse provarle. Per prima cosa necessitano di un ottimo bloccaggio del piede soprattutto per il tipo a lame. Le arle tradizionali che si trovano comunemente nelle stalle non sono adatte all’uso delle frese con lame in quanto risultano sprovviste di un buon sistema di bloccaggio. Se il piede non è perfettamente fermo, è pericoloso l'uso di frese taglienti. Infatti se gli unghioni sono liberi di muoversi (a parte il fatto che l’intervento di pareggio risulterà impreciso) queste frese possono impuntarsi, “zappare”, e rimbalzarci addosso causando ferite più o meno serie sia all'animale sia a noi stessi (e dolorose come ho potuto constatare di persona). Inoltre, se si usano su un posteriore, la vacca può scalciare con conseguenze che potete ben immaginare.
Inoltre le frese a lama hanno una capacità di asportazione di unghia generalmente piuttosto elevata e se manovrate da personale inesperto facilmente si va incontro a problemi di iperpareggio (eccessiva accorciatura e indebolimento dell’unghia).
Le frese abrasive da un lato sono meno pericolose di quelle taglienti, ma d’altra parte tendono a surriscaldare il corno. Per questo motivo non si possono usare per unghioni troppo grossi. Le frese abrasive sono al contrario molto comode per eseguire una perfetta rifinitura dell'unghia, ad esempio per gli animali da fiera, o per preparare il piede all'applicazione di una soletta ortopedica. Tanto sono ovvi gli inconvenienti delle frese nelle mani di personale impreparato, quanto sono altrettanto evidenti i loro vantaggi per l’operatore esperto. Le frese infatti consentono di eseguire il lavoro con meno sforzo fisico e assumendo una posizione di lavoro più comoda. Con una buona dose di abilità e un po’ di pazienza si riesce inoltre a dare velocemente una bella forma anche agli unghioni più disastrati.
Io personalmente faccio largo uso delle frese anche se non ho abbandonato affatto i coltelli.
I coltelli infatti si dimostrano insostituibili sia per arrivare dove non arrivano le frese, sia per trattare le lesioni. I coltelli devono essere sempre molto taglienti: allo scopo porto sempre con me una mola specifica per tenere le curasnette affilate come rasoi e non di rado gli allevatori mi chiedono di sistemare anche le loro, accompagnate spesso da tutti i coltelli e le forbici di casa. A volte ho la strana sensazione che siano più attenti a questo, che non ai piedi delle vacche!
Quando si esegue il pareggio?
Esistono due possibili differenti approcci. Si può stabilire di pareggiare una volta all’anno tutti gli animali, indistintamente, oppure si può scegliere di pareggiare gli animali alla messa in asciutta.
Il pareggio alla messa in asciutta è preferibile in quanto consente un miglior controllo sulla mandria e impedisce l'accumularsi di patologie croniche. Infatti con questo tipo di pianificazione riesco a gestire in modo serrato gli “animali-problema” senza per questo interferire troppo pesantemente sul lavoro di stalla. Un conto è infatti fare controlli durante un incontro già programmato (che spesso dura una intera mattina se non tutto il giorno), un altro è andare in allevamento apposta, preparare, prendere gli animali, sbaraccare e lavare tutto, con grande dispendio di tempo, non solo mio ma anche vostro.
Il limite di entrambi i sistemi sta nel fatto che ogni animale viene visto una sola volta all'anno, cosa da molti (me compreso) ritenuta insufficiente.
Infatti già dopo 3-4 mesi il modello è scomparso e spesso un unghione è già più sviluppato dell'altro. Per contrastare questo problema sto proponendo in alcune stalle di piccole dimensioni di pareggiare, a prezzo fortemente scontato, tutto l'effettivo ogni 6 mesi e i primi riscontri sono molto favorevoli.
sabato 19 settembre 2009
Introduzione alla podologia bovina: la crescita dell'unghia
Per prima cosa dobbiamo dire che la crescita di parete e suola non sono identiche infatti se la parete cresce di 5-6mm al mese la suola si ispessisce di soli 3-4mm. Il perché dovrebbe essere intuitivo dopo quello che abbiamo detto nei capitoli precedenti: la parete essendo deputata a portare il peso dell'animale si dovrebbe consumare più in fretta e quindi necessita di una crescita più rapida. La suola per contro deve rimanere più elastica e incavata necessitando quindi di una crescita minore. Ma quali sono gli stimoli che intervengono nella crescita dell'unghia? É il carico che di passo in passo grava sull'unghia a stimolare il vivo a produrre corno. Se il carico è distribuito uniformemente su entrambi gli unghioni e in ogni punto dell'unghia, allora la crescita sarà regolare. Se anche il consumo dell'unghia sarà adeguato, producendo una forma corretta, allora il peso verrà distribuito in maniera uniforme su tutta la superficie dell'unghia.
Al contrario, se manca un adeguato consumo, a lungo andare l'unghia tenderà ad allungarsi e la suola ad ispessirsi arrivando velocemente a colmare quella preziosa incavatura (il modello) tanto utile ai piedi delle bovine. A questo punto il peso NON è più distribuito in maniera corretta su tutta la superficie.
In questo caso il carico tende a concentrarsi in alcuni punti della suola. Questo provoca un'infiammazione (un'irritazione) che stimola il vivo a produrre ancora più unghia instaurando un circolo vizioso. Avviene un fenomeno analogo a quello della formazione dei calli: nei punti di maggior sollecitazione dovrebbe corrispondere una maggiore usura alla quale l'organismo risponde con un ispessimento della parte. In seguito all'infiammazione il tessuto cheratogeno (letteralmente produttore di unghia) produce un corno di qualità inferiore, pieno di sangue. Questa unghia offrirà una resistenza meccanica inferiore, tend
Similmente, se il peso non è distribuito uniformemente su entrambe la unghie, quella più stimolata crescerà più in fretta. É il caso degli unghioni posteriori dove per motivi biomeccanici legati al movimento del posteriore gli esterni si trovano a portare più peso (fidatevi: la spiega completa è da mal di testa, ma guardate la foto qui a destra!).
In caso di pavimentazione morbida (pascolo e lettiera) questo eccesso di carico viene smaltito nel terreno, non c'è un'unghia che lavora più dell'altra, e la crescita avviene sostanzialmente in maniera equilibrata. Nelle pavimentazioni in cemento invece questo super lavoro grava tutto sul vivo che si trova così compresso tra due elementi duri: il corno e il cemento da una parte e l'osso dall'altra. Questa situazione irrita il tessuto che produce l'unghia e lo stimola sempre di più a una crescere in maniera abnorme. Mi capitano con una certa frequenza piedi posteriori dove l'unghione esterno è talmente più alto dell'interno, praticamente non sviluppato, da portare da solo tutto il peso della gamba. Spessissimo poi questi animali presentano difetti di appiombo con gli unghioni esterni portati all'infuori e i garretti ravvicinati. Sono in realtà un tentativo della mucca di trasferire peso sull'unghione interno per alleviare il fastidio provocato dall'esterno troppo cresciuto.
Abbiamo visto quindi come sia l'uso stesso del piede a determinare la produzione di unghia e come l'eccesso di stimolazione possa portare a problemi. Questa sovra stimolazione può avere anche cause diverse da quelle “meccaniche” che abbiamo fino a qui visto: in generale infatti tutto ciò che comporta l'irritazione del tessuto cheratogeno (il vivo) può avere questo effetto. É il caso di laminiti e dermatiti croniche che però affronteremo in capitoli separati. Anche malattie come le sobbattiture (malattia della linea bianca) che si trascinano per mesi o addirittura anni hanno questo effetto.
Capita infatti con una certa frequenza che in stalle mai visitate da personale esperto si trovino animali con zoppie “antiche” che presentano un solo piede con un'unghione assurdamente lungo magari con una modesta zoppia. É proprio l'irritazione legata alla lunga presenza nel tempo della malattia a far crescere così tanto l'unghia mentre le altre, sane, non subiscono lo stesso destino.
Nei piedi anteriori invece non si hanno in generale grosse differenze di carico sulle due unghie sia mentre l'animale cammina sia quando sta fermo e le malattie sull'anteriore sono di norma meno frequenti rispetto alle malattie dei posteriori e tendono a concentrarsi sull'unghione interno.
Alla mangiatoia invece le gambe devono essere appaiate, così da costringere le bovine a ruotare in fuori i piedi andando in tal modo a caricare in maniera anomala l'unghione interno e in particolare la sua parte esterna. Sarebbe quindi questo sovraccarico con conseguente infiammazione e produzione di corno “malato” a innescare le malattie dell'unghia.
lunedì 31 agosto 2009
Introduzione alla podologia bovina: forma e funzione del piede
Parliamo della forma.
Ogni unghione, visto dall'alto è ricoperto da una struttura dura che si chiama parete. La parte sottostante, quella che guarda il terreno, si chiama invece suola, ed è composta da un materiale un po' più tenero e flessibile rispetto alla dura e rigida parete.
Parete e suola, dove si fondono, prendono nome di linea bianca, una vera e propria “saldatura” che unisce i due diversi componenti dell'unghione e che si vede benissimo nelle mucche con unghioni scuri come ad esempio quelli delle Brune.
Abbiamo detto che la suola è un po' più tenera della parete. Bene, questo è un fatto molto importante e ora vedremo perché.
Parliamo della funzione.
La parete dei due unghioni è dura e forte e con il peso dell'animale incide il terreno, sprofondandovi leggermente. Questo, signori, si chiama grip.
Torniamo a noi. La parete, dura, quasi tagliente, si aggrappa mordendo il terreno naturale (che è molto più morbido del cemento). La suola fornisce l'appoggio e si lascia leggermente consumare, perché è un po' più tenera. Questo consumo maggiore della suola rispetto alla parete determina la leggera incavatura della suola stessa. Tale incavatura, in podologia bovina, prende nome di “modello”. Il modello contribuisce esattamente al fenomeno del grip, in quanto la parete, esterna, risulta leggermente sporgente rispetto alla suola, che come abbiamo già detto è un po' concava perché si fa consumare. In pratica è come se la “pianta del piede” della mucca fosse dotata tutto intorno di una corona dura fatta per incidere il terreno e aggrapparvisi.
Un'altra funzione del modello è quella di mantenere pulita la suola. Infatti quella forma concava facilita il drenaggio del terriccio verso la parte posteriore del piede. In questo modo la suola rimane bene o male pulita, per così dire.
Infine il modello fa in modo che sulla suola non gravi tutto il peso dell'animale, in quanto la maggior parte del carico si distribuisce sulla parete, soprattutto se il terreno è molto duro. Se il terreno è soffice invece la parete affonda e la suola appoggia sul morbido ed essendo inoltre un po' flessibile, si adatta alle irregolarità del terreno.
Questo accade alle mucche al pascolo e su tutti i terreni naturali. Sui terreni artificiali la storia è diversa.
Come funziona il piede sul terreno naturale
Come lavora un tenero e verde prato sui piedi della mucca? Il terreno naturale presenta due caratteristiche molto importanti: è cedevole e abrasivo.
La cedevolezza rende il terreno naturale molto confortevole perché da un lato si fa incidere dalla parete e garantisce un appoggio sicuro, impedendo all'animale di scivolare. Dall'altro lato questo tipo di terreno, deformandosi sotto il peso della mucca, agisce come un ammortizzatore naturale, proprio come un bel paio di scarpe da ginnastica.
L'abrasività del terreno naturale è dovuta alla presenza dei sassolini, più o meno piccoli. E' l'abrasività del terreno che, incuneandosi tra i due unghioni, consuma in modo diverso parete e suola e complessivamente conferisce all'unghia la sua forma fisiologica, caratterizzata dalla concavità della suola, ossia il “modello” che abbiamo già descritto. La forma finale dell'unghia è il risultato del bilancio tra produzione e consumo di corno. In condizioni naturali, ossia nelle mucche libere di camminare su prato, il consumo e la produzione di parete e di suola sono in perfetto equilibrio e l'unghia si mantiene sana e conserva le caratteristiche funzionali descritte.
Ora è molto chiaro che questo equilibrio può essere facilmente alterato. Come? Quando alla mucca è impedito di camminare, ad esempio, oppure quando il terreno sul quale la mucca cammina si discosta molto da quello per il quale Madre Natura si è tanto spaccata la testa. Milioni di anni di evoluzione hanno creato
E allora noi che facciamo?
Prendiamo quest'opera d'arte e le diciamo: beh, prova un po' il mio bel cemento, adesso.
E' ben questo il motivo, caro Allevatore. Se vuoi che i tuoi animali abbiano i piedi sani hai davvero davvero bisogno di un bravo podologo, che sappia esattamente come lavora il piede delle mucche.
Come funziona il piede in stalla
Purtroppo nessuna delle pavimentazioni adottate o adottabili in un allevamento intensivo di bovini è in grado di offrire le caratteristiche del pascolo. Queste pavimentazioni (prevalentemente dure), oltre ad esercitare delle sollecitazioni meccaniche diverse rispetto a quelle offerte dal terreno naturale (prevalentemente cedevole), sono generalmente anche poco abrasive, determinando la rottura del naturale equilibrio tra consumo e produzione di corno, nonché la perdita del modello. In generale infatti, nelle pavimentazioni artificiali non è presente quella miscela di terriccio e sassolini che, incuneandosi tra gli unghioni, modellano la concavità della suola. Sulle superfici artificiali cioè il consumo dello zoccolo avviene sempre perpendicolarmente all'asse del piede: si consuma la parete, ma alla suola è permesso di crescere. La suola si ispessisce arrivando a colmare lo spazio vuoto che normalmente si formerebbe sui terreni naturali: in questo modo si determina la serie di malattie che vedremo in seguito.
Effetti delle pavimentazioni di stalla sul piede bovino
Vediamo cosa accade su ogni tipo di pavimentazione, a partire da quelle più confortevoli.
La lettiera è una delle superfici maggiormente gradite alle bovine. Basta pensare al momento in cui gli animali vengono spostati lungo la corsia di alimentazione: camminano sempre sulla foraggiata, con grande irritazione dei padroni. Le mucche infatti preferiscono il morbido. Eppure se la vacca cammina esclusivamente sulla lettiera (e non viene mai pareggiata) succede un disastro: la lettiera non è per nulla abrasiva, la parete dell'unghia cresce abnormemente. In seguito a questa crescita, la parte anteriore dell'unghia lavora come una leva che solleva la punta dell'unghione e abbassa i talloni, stirando i tendini fino ad alterare gli appiombi in modo permanente. Inoltre anche la suola cresce abnormemente. Per fortuna in questo caso l'effetto ammortizzante della lettiera va in soccorso del piede impedendo a questi ispessimenti di fare troppi danni.
Anche le gomme sono molto gradite alle bovine. E' abbastanza famosa la foto di una colonna di mucche che camminano su una striscia di gomma evitando accuratamente il cemento pieno. Sulle gomme lo zoccolo affonda leggermente, come sul terreno naturale. Su questo tipo di pavimentazione lo zoccolo quando è ben conformato trova una presa sicura, analoga a quella che avviene sul terreno naturale e che abbiamo già descritto. Inoltre è intuitivo di come la gomma offra un buon effetto ammortizzante. Per rendervi conto in prima persona di quello che dico provate a percorrere a piedi nudi un paio di volte la corsia di alimentazione e poi riprovate a farlo con un paio di buone scarpe da ginnastica. Capite cosa intendo? La gomma è davvero confortevole, tuttavia è per nulla abrasiva, riproponendo lo stesso identico problema di eccessiva crescita della parete, oltre che della suola, abbassamento dei talloni, stiramento dei tendini e alterazione degli appiombi.
Altri problemi delle gomme si manifestano in caso di scarsa pulizia: si forma una patina viscida che rende la superficie pericolosamente scivolosa. A questa sdrucciolevole patina di sporcizia, nelle stagioni più fresche, caratterizzate da una certa escursione termica tra il giorno e la notte, si aggiunge la formazione di condensa, che lascia le gomme bagnate e aggrava la scivolosità della superficie. Infine se le bovine dovessero decidere che le superfici gommate sono più comode delle cuccette potrebbero scegliere di sdraiasi a riposare nelle corsie con tutti i problemi igenici connessi.
Il cemento è scivoloso, poco abrasivo e sicuramente non cedevole. Come conseguenza l'unghione cresce esageratamente sia in lunghezza che in spessore un po' come avviene sulla lettiera, anche se in misura minore. A differenza di quanto avviene sulla lettiera però, mancando completamente l'effetto ammortizzante di questa, gli accumuli anomali di corno della suola agiscono passo dopo passo sul “vivo” come delle macine, provocando delle contusioni anche gravi. Il meccanismo è un po' simile a quando vi entra un sassolino nello stivale e vi finisce sotto il piede, con la grande differenza che voi vi levate lo stivale immediatamente, non appena sentite dolore, liberandovi del sassolino. La mucca, a meno che non venga pareggiata e liberata di tutto il tessuto corneo in eccesso, ci cammina sopra. In questi punti il “vivo” infiammato produce unghia di qualità inferiore, infarcita di sangue, che si fessura facilmente permettendo ai batteri ambientali di penetrare in profondità nel tessuto e produrre un ascesso, malattia meglio nota come “malattia della linea bianca” o “sobbattitura”.
Infine i pavimenti nuovi in calcestruzzo rilasciano a contatto con i liquami sostanze che intaccano la struttura chimica dell'unghia rendendola meno resistente. Come conseguenza si possono avere problemi di iperconsumo e zoppie gravi che richiedono lo spostamento dell'animale in box infermeria (meglio se con lettiera) anche per tempi prolungati.
In questi casi il pavimento in calcestruzzo andrebbe condizionato prima dell'introduzione delle bovine, come? Bagnandolo con una soluzione di solfato di rame al 5%.
In caso di pavimentazioni piene anche i detriti di lavorazione che rimangono sulla superficie possono accentuare i problemi di iperconsumo. In questo caso consiglio di buttare un po' di letame nelle corsie e di far passare un paio di volte le ruspette in modo da allontanare ogni residuo.
martedì 9 giugno 2009
Stress acuto e cronico nel bovino
La mattina mi alzo molto presto, mi faccio un caffè e poi monto sul mio Doblò. Dietro mi porto sempre la mia arla motorizzata. Strumento di lavoro fantastico.